venerdì 14 agosto 2009

La banalità del male


More about La banalità del maleLa banalità del male è un grandissimo esempio, il migliore che io conosca, di neutralizzazione di un testo.
E' un libro, innanzitutto, che va letto - la sua neutralizzazione comincia dai lettori di controcopertine che riflettono sul fatto che, cara signora, i servitori del male oggi non sono che piccoli, grigi burocrati, in fin dei conti dei tecnici (si mormora d'altronde, lo sa, cara signora?, che la Arendt fosse l'amante di Heidegger, l'inventore della questione della tecnica) e finisce con i tanti, i tutti che parlano di banalità del male ogni volta che bisogna raccontare di un male che sta nelle piccole cose e non nelle grandi scelte in cui ne va della vita o della morte.

Beh, che il male concerne tanto le piccole che le grandi cose è un concetto importante, che è bene ripetere e tener presente, ma non è proprio una novità del XX secolo, e non è minimamente quello di cui si preoccupa la Arendt, che invece intorno al processo Eichmann si pone tutta una serie di questioni etiche, politiche e giuridiche - sul diritto internazionale, sul rifiuto della nozione di colpa collettiva, su cosa sia un popolo ... e, certo, anche sulla "strana interdipendenza tra mancanza d'idee e male" che faceva di Eichmann "un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo" per descrivere la quale sceglie l'espressione "banalità" (pp. 290-91).

Ma non è certo per questi interrogativi che il libro è stato neutralizzato.
E perché parlo di neutralizzazione? O non era un santino, la Arendt, uno dei maggiori pensatori liberali del XX secolo, e questo uno dei suoi libri più citati? O non sarà, la mia, una teoria del complotto?
E' la stessa Arendt, nell'appendice, a dirci che "il presente libro, ancor prima di essere pubblicato, ha scatenato un'aspra polemica ed è stato attaccato violentemente. Era logico che questa campagna organizzata, condotta con tutti i ben noti mezzi della propaganda e della manipolazione dell'opinione pubblica, fosse molto più efficace della polemica, sicché quest'ultima ha finito, se così si può dire, con l'annegare nel frastuono artificiale della prima" (p. 287), e a raccontarci che le polemiche partirono dalla questione della condotta degli Ebrei negli anni della soluzione finale, che lei giudica "goffa e crudele", e finirono col dire che quel che aveva scritto l'aveva scritto per "odio di se stessa" in quanto ebrea (pp. 287 ss.).

Ma cosa aveva scritto di così terribile?

Aveva scritto che le deportazioni non erano ineluttabili, e non andarono nello stesso modo in ogni paese. Che dove ci fu chi si oppose, come in Bulgaria, non fu possibile realizzarle: "non un solo ebreo bulgaro era stato deportato o era morto di morte non naturale quando, nell'agosto del 1944, avvicinandosi l'Armata Rossa, le leggi antiebraiche furono revocate" (p. 194).

Aveva scritto, con durezza, del ruolo dei Consigli ebraici: "la verità era che se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbe stato caos e disperazione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni" (p. 132).

Ma soprattutto - cosa grave - aveva contestato con circostanziata lucidità il valore spettacolare del processo e la lezione che con esso Ben Gurion voleva impartire.
Aveva, cioè, contestato l'identificazione fra l'ebraismo e Israele propria anche di tanti cretini di oggi, che sono persino convinti, attaccando l'ebraismo in quanto tale, di esprimere la propria solidarietà ai palestinesi.

E qui, finalmente, copio i passi del primo capitolo che mi interessava condividere, e dai quali è partita tutta questa riflessione.
Ed ora, per quanto schivi e compresi del loro dovere, i giudici erano lì, seduti alla loro cattedra, di fronte al pubblico come in un teatro. Il pubblico doveva rappresentare il mondo intero. (...) Dovevano assistere a uno spettacolo non meno sensazionale del processo di Norimberga; solo che questa volta il tema centrale sarebbe stato "la tragedia del popolo ebraico nel suo complesso". Se infatti ad Eichmann "contesteremo anche crimini contro non ebrei" ciò avverrà non tanto perché li ha commessi, quanto "perché non facciamo distinzioni etniche". Frase davvero singolare, in bocca a un Pubblico ministero (...). Hausner riteneva veramente che a Norimberga ci si sarebbe occupati di più del destino degli ebrei se Eichmann fosse stato presente? E' difficile crederlo. Come quasi tutti in Israele, così anche Hausner pensava che soltanto un tribunale ebraico potesse render giustizia agli ebrei, e che toccasse agli ebrei giudicare i loro nemici. Di qui il fatto che in Israele nessuno voleva sentir parlare di un tribunale internazionale, perché questo avrebbe giudicato Eichmann non per "crimini contro il popolo ebraico" ma per "crimini contro l'umanità commessi sul corpo del popolo ebraico". Di qui la strana vanteria:"noi non facciamo distinzioni etniche", vanteria che ci apparirà meno singolare se si pensa che in Israele la legge rabbinica regola la vita privata dei cittadini, col risultato che un ebreo non può sposare un non ebreo; i matrimoni contratti all'estero sono riconosciuti, ma i figli nati dai matrimoni misti sono, per legge, bastardi (pp. 14-15).

Se il pubblico al processo doveva essere il mondo, e se il dramma doveva essere un vasto panorama delle sofferenze ebraiche, le aspettative e le intenzioni andarono deluse. (...) Fu proprio l'aspetto drammatico del processo a crollare sotto il peso delle orripilanti atrocità. Un processo assomiglia a un dramma in quanto che dal principio alla fine si occupa del protagonista, non della vittima. Molto più di un processo ordinario, un processo spettacolare ha bisogno che si delimiti bene che cosa è stato commesso e come è stato commesso. Al centro di un processo ci può essere soltanto colui che ha compiuto una determinata azione. (pp. 16-17)

Così il processo non divenne mai un dramma; tuttavia lo spettacolo che Ben Gurion aveva in mente ci fu, o meglio il complesso di "lezioni" che egli pensava di dover impartire agli ebrei e ai gentili, agli israeliani e agli arabi e insomma, a tutto il mondo. (...) Secondo le parole di Ben Gurion: "Noi vogliamo che le nazioni di tutto il mondo sappiano... e si vergognino", Gli ebrei della diaspora dovevano invece ricordare come l'ebraismo, "con i suoi quattromila anni di storia, con le sue creazioni spirituali, i suoi programmi etici e le sue aspirazioni messianiche," avesse sempre dovuto fronteggiare "un mondo ostile"; come gli ebrei avessero tralignato finché erano andati a morte come pecore; e infine, come soltanto la fondazione di uno Stato ebraico avesse loro permesso di rispondere a chi li attaccava" (p. 18).

Nessun commento:

Posta un commento